Merluzzi nei Fiordi

Anche se alla ricerca dell’aurora boreale di fine inverno, il nostro autore non può rinunciare a un lancio o una calata nel freddo mare norvegese, nella speranza di catturare almeno un merluzzo, quello vero!

foto sopra: l'autore mostra il merluzzo nordico, con il peculiare unico "baffo" e l'evidente linea laterale, due caratteristiche distintive di questa specie.

Viaggiare è il modo migliore per venire a contatto con nuove culture, usanze, tradizioni di popolazioni più o meno vicine alle nostre mediterranee, e nelle mie trasferte, cerco sempre di inserire nuovi tasselli di conoscenza sui luoghi che visito, soprattutto per quello che riguarda pesca, pescatori e pesci. A marzo ho avuto l’occasione di passare qualche giorno a Tromsø, Norvegia, a circa 400 chilonetri a nord del Circolo Polare Artico. L’obiettivo primario del viaggio non era la pesca, ma la caccia, quella delle fantastiche e leggendarie aurore boreali che alla fine dei mesi invernali dipingono la tela del cielo notturno scandinavo. Ma di leggendario, per quella nazione, vi è anche un pesce: il merluzzo nordico. Rappresentante dell’ordine Gadiformes, a cui appartengono anche pesci del Mediterraneo come i naselli e le mostelle, il merluzzo è una specie ampiamente pescata nell’Atlantico settentrionale e per la Norvegia rappresenta una cospicua componente del Pil, grazie alla sua esportazione in diverse aree dell’Europa, principalmente sotto forma di stoccafisso e baccalà, rispettivamente la versione essiccata e sotto sale, e in tutto il Mondo, sotto forma dei noti “bastoncini” di pesce e altri derivati. Nonostante la visita a Tromsø non fosse nata con fini alieutici riesco comunque a ricavarmi qualche ora da dedicare alla pesca da una imbarcazione, nel tentativo di avere a che fare con almeno uno di questi pesci.

La piccola imbarcazione nel porto di Tromsø pronta per la ricerca dei merluzzi nordici.

Partenza - Si parte dal suggestivo e colorato porto in una giornata nuvolosa in cui cade anche qualche fiocco di neve e la nostra imbarcazione si dirige a nord verso il fiordo di Tønsvik, dove in questo periodo dell’anno iniziano a raggrupparsi i merluzzi per la riproduzione. La temperatura esterna è poco sotto lo zero e la leggera brezza è gelata, ma non riesco a rimanere nel ventre caldo dell’imbarcazione perché il panorama è mozzafiato: siamo a cavallo tra il Mare del Nord e l’Oceano Glaciale Artico, si vedono in volo diverse specie di gabbiani e le maestose aquile di mare, che in queste acque trovano nutrimento per via della presenza di immensi banchi di aringhe. Quando lambiamo la terraferma, sulla neve vedo rincorrersi le volpi e le renne brucare le prime gemme sugli alberi.

La pesca - Mentre navighiamo parlo con la guida di pesca per capire dove si andrà a cercare il merluzzo e quale tecnica sarà utilizzata per catturarlo. La ragazza mi spiega che i punti più pescosi sono i canali di confluenza tra due fiordi, dove avviene un forte rimescolamento delle acque legato allo scontro tra la marea entrante e quella uscente che, per via della lunghezza degli stessi fiordi, è davvero notevole e crea dei gorghi immensi, qui chiamati malstrøm. Questi gorghi innescano la rete trofica caratteristica di queste acque, raggruppando il plancton che viene predato da molti animali, dalle balenottere alle aringhe, queste ultime a loro volta prede favorite dei merluzzi.

La tecnica - Una volta individuato il banco, la pesca è semplice, niente attrezzature complicate e montature raffinate: una canna da jigging di m 2 da almeno 10 once, trecciato da non meno di 30 libbre e pesanti metal jig cilindrici argentati da 150 a 300 grammi, armati con generose ancorette nastrate di rosso (inutilmente, aggiungo, perché a quelle profondità la sua lunghezza d’onda è completamente assorbita). Dopo due ore di navigazione l’eco individua un banco di pesci, probabilmente gli agognati gadidi, a circa 100 metri di profondità. Ho solo un’oretta a disposizione, quindi devo essere rapido e, possibilmente, efficace. L’obiettivo è incannare un bell’esemplare di merluzzo da poter fotografare e, in questo caso, condividere come pasto con l’equipaggio e la dozzina di partecipanti all’escursione.

L'autore sulla prua dell'imbarcazione in azione con il vertical di profondità.

L'azione - È il momento di calare l’”heavy metal”, il trecciato si inabissa, l’obiettivo è raggiungere rapidamente il fondo. Iniziano a palesarsi alcune difficoltà: pesco quasi esclusivamente in acque dolci e non ho confidenza con questa attrezzatura sovradimensionata e nemmeno con queste profondità. Inoltre, come da manuale, il mulinello a “tamburo rotante” non ha il guidafilo e ha la manovella a destra. Nel frattempo che il trecciato scorre tenuto a bada dal mio pollice, inizio a pensare a come gestire la canna, sostenuta dal braccio sinistro, in caso di abboccata. Raggiungo il fondale e sollevo e abbasso alternativamente il jig con ampi movimenti del braccio ma dopo qualche minuto sono costretto a recuperare perché l’imbarcazione ha iniziato a roteare come una trottola, risucchiata dal malstrøm, che porta velocemente l’esca sotto lo scafo, rendendo complicata l’azione di pesca. Faccio la seconda calata, sembra che il jig impieghi un’eternità a raggiungere il fondo, e la forte corrente non agevola una discesa verticale perfetta. Sfioro nuovamente il fondale, fango e roccia, e prego le divinità norrene affinché possa tornare a casa con un nuovo ricordo di un nuovo pesce catturato in nuove acque con tecniche non consuete.

La cattura - Loki, dio del caos, per un po’ ha la meglio, allontanando fastidiosamente il mio jig dalla verticale, ma dopo meno di una decina di minuti sento, da tanto lontano, una “testata”, alla quale rispondo con una ferrata profonda: confido che la rigidità del trecciato e il peso del jig facciano penetrare l’amo nella bocca cartilaginea del pesce. Il mio antagonista (sarà un merluzzo?) lotta dall’altro capo del filo, piega la canna e mi fa letteralmente sudare, nonostante le temperature polari. Recupero la linea con costanza, facendo attenzione a distribuire uniformemente le spire del trecciato sul tamburo, mantenendo sempre la tensione corretta. In quel momento, durato nella mia mente un tempo lungo e indeterminato, ho tanta eccitazione per aver catturato “qualcosa” in acque sconosciute solo al secondo lancio, unita a altrettanta paura di perdere la preda, la legge di Murphy nella pesca è sempre dietro l’angolo. Ma alla fine, con un po’ di fatica legata anche al dover manovrare una canna con il braccio a me non uso, vedo specchiare il pesce che andavo cercando, un bel merluzzo anche lui provato dalla lotta e dal repentino cambiamento di profondità (si pescava sulla batimetrica dei m 130). Il pesce viene guadinato e pesato (oltre 5 chili), è il primo merluzzo degli unici due di misura che saranno catturati. Sono più che felice per aver pescato il primo merluzzo della mia vita e sono contento che verrà utilizzato per la zuppa calda che ci verrà servita nel primo pomeriggio, per confortare corpi e anime. Continuo a pescare per un po’, allamo un piccolo merluzzo a cui cedo con piacere la libertà. Alla fine, soddisfatto per l’obiettivo raggiunto, cedo la canna alla mia compagna di viaggio, che prova la magia della pesca nordica tra fiordi e aurore boreali. Thor, dio protettore dell’uomo, ha convinto Loki a darmi tregua e a farmi catturate il merluzzo o, più prosaicamente, Santa Claus, che bazzica nei dintorni, ha anticipato il mio regalo per Natale.   

Un grosso merluzzo che si è fatto sedurre dalle vibrazioni del metal jig a oltre m 100 di profondità.

La Scienza

La vescica natatoria dei merluzzi previene il barotrauma. Il merluzzo nordico (Gadus morhua), chiamato anche merluzzo bianco o semplicemente merluzzo comune, è un pesce appartenente alla famiglia Gadidae che può raggiungere notevoli dimensioni (in media 1 metro e kg 15).

Caratteristiche principali sono le tre pinne dorsali e le due anali, e la presenza di un barbiglio sul mento. Sulla livrea marezzata spicca la linea laterale, bordata di bianco. È un pesce predatore molto prolifico, caratterizzato da una ampia tolleranza ecologica: è eurialino (sopporta anche acque dissalate), euritermo (vive tra 0° e 20° C) e euribate (lo troviamo tra i m 10 e i 600). Riguardo a quest’ultimo punto, e osservando quanto accaduto durante la sessione di pesca, è interessante notare che il merluzzo non sembra essere particolarmente colpito dal barotrauma, quella condizione patologica che si verifica quando peschiamo in acque profonde (in realtà osservabile anche a partire dai m 10-15). Il barotrauma è legato all’aumento incontrollato di volume che la vescica natatoria subisce in relazione all’espansione dei gas che contiene quando si passa da acque profonde ad acque superficiali, in relazione alla Legge di Boyle, P/V=k, per la quale al diminuire della pressione (P) aumenta il volume (V). Il barotrauma causa spesso danni irreversibili, i più evidenti dei quali sono l’estroflessione dello stomaco dalla bocca e l’esoftalmo (occhi fuori dalle orbite). Il merluzzo sembra risentire meno di altri pesci (quali il dentice, il pagro e la cernia) del barotrauma, a causa della peculiare forma della vescica natatoria. Essa possiede infatti una camera, chiamata corpo ovale, che può essere separata dalla camera principale della vescica natatoria tramite muscoli sfinterici, favorendo un passaggio “graduale” del gas che si espande e il riassorbimento del gas a livello dei capillari che lo circondano. Un’ultima notazione riguardo la confusione generata dal nome “merluzzo”. In Italia spesso ci riferiamo, erroneamente, con questo nome al nasello, un pesce sempre appartenente alla famiglia Gadidae, ma molto diverso morfologicamente dal “vero” merluzzo. La confusione è generata dal nome latino del nasello, Merluccius merluccius, evocativo della specie nordica.