Il Grande Slam

Quattro esche diverse tra loro ma molto efficaci in questo periodo. Quattro inganni utili per trasformare una tranquilla uscita a pesca in una serata da sogno. A patto di fare tutto per bene.

foto in alto: Marco Meloni con un bel tris ”maggiore”, pescato con dei bibboni scongelati e bloccati sul bracciolo finale con alcuni giri di filo elastico.

La valutazione delle condizioni del vento, del mare, della marea, la scelta dello spot, l’orario, l’attrezzatura, la tecnica di lancio, le parature e la zavorra, l’abbigliamento. Se volessimo stilare una classifica d’importanza o dare delle percentuali a quale aspetto sia più rilevante quando si affronta una sessione di surfcasting, di sicuro non si raggiungerebbe un risultato unanime; ognuno di noi considera alcuni fattori più determinanti. E poi, volendo essere razionali, come si fa a dire se la scelta dello spot sia più significativa di quella delle giuste condizioni di meteo e marea? Tutti gli elementi considerati concorrono alla riuscita di una serata di pesca. Ma forse, ancor più importante di questi, ecco una componente che non può mancare mai: l’esca. Per essere sinceri mi è capitato di andare a pesca senza esca: anni ’90, la R4 dell’amico Pistillone carica di birre, strane sigarette, i Motorhead in sottofondo, l’attrezzatura buttata lì e la voglia di fare baldoria in una spiaggia vicino Teulada. Al nostro arrivo scoprimmo di aver scordato proprio lei, l’esca, ma fu lo stesso baldoria. Tralasciando però questi casi isolati, l’esca non può mancare. Ecco allora quattro inneschi adatti per affrontare il mare in questi mesi che precedono l’estate, immaginando di trovare ancora un po’ di onde. Non vuol essere un articolo del tipo “non deve mai mancare”, ma la presentazione di quattro tra gli inganni più utili in questi mesi. 

Il bibi si può utilizzare anche scongelato, ma in questo caso va bloccato con del filo elastico.

 Bibi, bibbetto e bibbone - Volevamo onde e onde abbiamo trovato. Una scaduta che sappiamo in poche ore porterà a un mare quasi calmo. Ma adesso è giusto sfruttare la turbolenza. Si parte quindi col bibi. Gli anglosassoni lo chiamano "peanut worm" poiché assomiglia a un'arachide (non so se abbia lo stesso sapore, dubito, provate e poi mi dite). Che poi di bibi ce ne sono davvero tanti, ma tra pescatori si usa una rozza tassonomia: il bibi (o bibetto) è quello venduto nelle scatolette, ha un colore grigio chiaro e non è più lungo di 5, 6 centimetri; il bibbone è quello sfuso e venduto a peso, dalla livrea più scura e tendente al marron, lungo anche oltre i 15 centimetri. Il bibbetto si innesca intero con l’aiuto di un lungo ago, facendo bene attenzione a non bucarne la superficie, altrimenti il verme si svuoterebbe subito perdendo gran parte del suo potere attrattivo. Il bibbone può essere presentato in molte varianti: intero, quando la sua grandezza non supera i 10-12 centimetri e quando il target sono grossi saraghi; nella variante a caramella si avvolge del filo elastico in più riprese intorno all’anellide e si ha come risultato una serie di “caramelle” non più lunghe di qualche centimetro. Orate, saraghi, grosse mormore, tutti amano le caramelle! È un innesco molto resistente e per questo da sfruttare nelle prime fasi della scaduta. Una variante da “ultima chance” quando siamo alla frutta, è il bibbone rovesciato. Si taglia un’estremità dell’anellide e, con l’aiuto di una punta arrotondata (quella di uno slamatore è perfetta) si spinge l’altra estremità all’interno del verme. In questo modo si capovolge completamente la pelle. Il risultato è un’esca molto coriacea che assomiglia alla tanto rimpianta oloturia, anche se non ha la stessa efficacia.

Andrea Picciau con un saragone del nord Sardegna, anche questo ingannato con un bibi, questa volta freschissimo.

Una seppia freschissima - Adesso il mare inizia a mostrare segni di stanchezza, nessuno può rimanere agitato all’infinito! Il vento che prima soffiava teso ora è a regime di brezza. Una seppia freschissima, “scampata” al banchetto di Pasqua, è pronta per entrare in azione. Si può sfruttare dove la corrente è ancora forte, preparata a tagliatella. È molto di moda attualmente nei ristoranti stellati proporre le pappardelle di seppia o di calamaro. Noi non vogliamo esser da meno e allora ecco che una lunga striscia di seppia è prontamente innescata e lanciata lontano. Sì, lontano, perché questo innesco è ideale se vogliamo sfruttare tutta la nostra tecnica e lanciare il più distante possibile. Resistente, coriacea, quasi indistruttibile e tanto amata dai saraghi e dalle orate. Dove notiamo che il mare si è ormai quasi calmato possiamo azzardare il lancio della seppia intera. È un innesco che se sottoposto a corrente e turbolenza si aggroviglia in un amen intorno al trave principale, diventando inservibile. Ma se riusciamo a rimanere in pesca con una seppietta integra, proprio sul gradino di risacca, beh, se c’è una spigola nei paraggi di sicuro la verrà ad assaggiare. 

Classico innesco del granchio.

Granchio sinonimo di… - Davanti a noi il mare si allunga e si adagia, quasi avesse bisogno di riposo. La scaduta volge al termine. Non ha senso continuare a pescare con bibi e seppie (a meno che queste esche non stiano regalando catture a ripetizione). Entra in campo un inganno davvero eccezionale, selettivo ma, al tempo stesso, molto delicato: il granchio. Granchio per i surfcaster è sinonimo di orata. Ha come difetto la sua delicatezza; è un’esca che va controllata e sostituita di frequente con un tempo di efficacia in pesca che non deve superare mai la mezz’ora. Il classico innesco (e se è diventato classico vuol dire che funziona) è con 2 ami infilati nella parte posteriore del carapace, vicino alle zampe. Vista la sua delicatezza più che lanciato va appoggiato in acqua. L’utilizzo del bracciolo in fluorocarbon è imperativo, considerando che stiamo pescando in un mare calmo, senza turbolenza e non dimenticando che il target, l’orata, è veramente un pesce sospettoso. 

 Trancio di muggine - In un qualsiasi momento del nostro racconto possiamo inserire questo capitolo. Che sia mare grosso, in scaduta o piatto, se ci accorgiamo della presenza di serra, addio guida Michelin, qui ci vuole un’esca da palati profondi e goderecci: il trancio di muggine. Se possibile meglio usare come materia prima il cefalo, sfilettato e preparato a salsicciotto, con dentro un pezzo di polistirolo o simile, per rendere l’esca neutra rispetto al galleggiamento. Cavetto d’acciaio e via in acqua, il più lontano possibile perché questi predatori spesso si manifestano con attacchi ortogonali alla spiaggia, dall’alto mare verso riva. Se non disponiamo di muggini allora possiamo provare sacrificando una piccola cattura, un saraghetto, una mormora che, se sfilettati e preparati con maestria, sono eccellenti, forse più del muggine proposto dalla carta. Si potrebbe obiettare che in questo articolo non abbiamo preso in considerazione molte altre interessanti alternative. È vero, di esche ne abbiamo davvero tante a disposizione, mica solo 4, tutte cartucce da usare con criterio. Le prenderemo in considerazione in futuro, di sicuro.

Alberto Cossu con un carniere misto di mormore e serra.

Curiosità sui bibi - Una caratteristica tipica degli anellidi è la segmentazione, ossia la suddivisione del corpo in una serie lineare di segmenti ripetuti, detti metameri. Poichè il bibi (Sipunculus nudus) non presenta metameria, per la classificazione classica appartiene al phylum Sipuncula. Ma, nella classificazione moderna, genetica, basata sul Dna, le analisi molecolari indicano che i sipunculidi appartengono al grande gruppo dei Lophotrochozoa e sono inclusi tra gli Annelida (in senso evolutivo). Detto in parole semplici geneticamente sono anellidi “derivati”. Ed ecco il punto chiave: anche se oggi vengono inseriti negli anellidi in senso filogenetico e non mostrano segmentazione (caratteristica tipica degli anellidi), allo stesso tempo gli studiosi ritengono che gli antenati dei sipunculidi fossero anellidi segmentati e che nel tempo, il gruppo abbia evoluto un corpo secondariamente non segmentato. Riassumendo possiamo dire che il bibi per la classificazione classica appartiene a un phylum separato (Sipuncula), mentre per quella genetica moderna sono anellidi modificati (non segmentati).