EDITORIALE 5/26

È primavera. Finalmente! E in attesa che si concludano gli incontri e le discussioni su RecFishing e la sua entrata in vigore, attesa per Sant’Efisio (1 maggio), ci prepariamo a una nuova stagione di pesca. Stiamo entrando in un periodo attesissimo, generoso e importante, un po’ per tutti, ma in particolar modo per chi si dedica alla pesca in verticale dalla barca. Calare giù un artificiale, gomma o metallo che sia, secondo gli insegnamenti orientali (nipponici per la precisione), e tirarlo su con un bel pescione allamato, significa anche condividere un approccio rispettoso, compatibile con la gentilezza del Sol levante, ma anche in linea con la sensibilità europea che da anni riscontriamo in particolar modo nei paesi più settentrionali, dove il confronto sportivo con i pesci passa spesso attraverso il divieto delle esche naturali. L’ambiente, infatti, a queste latitudini, in fiume ancor più che in mare, gode di un rispetto particolare. Il fine dei pescatori è sì quello di divertirsi ma anche quello di perpetuare l’antica attività alieutica, tutelando la risorsa: la vita degli animali acquatici. Per questo si limita l’uso delle esche naturali a favore degli artificiali. Questi ultimi, infatti, si possono considerare “sterili”, perché di norma non vengono ingeriti e in più, a differenza delle esche naturali, peggio ancora quelle vive, non trasmettono, se ben trattate, germi o infezioni. A chiudere il capitolo sul “bon ton” a pesca e sul rispetto dei pesci, è l’ardiglione. Questa piccolissima appendice dell’amo, serve a trattenere il pesce nel recupero finché arriva a pagliolo e comporta sempre e comunque un minimo trauma. Ma se siamo bravi (universale e segreta aspirazione), almeno nelle tecniche verticali, e non sarebbero le prime, possiamo sicuramente farne a meno.