Nelle acque interne l’espressione “Naturale in verticale” è abbastanza comune, ma in mare è nota soltanto ad alcuni veterani che hanno unito la pesca a scarroccio con un’esca naturale ad alcune esche da vertical combinando l’attrazione del metallo a un cefalopode, con risultati incredibili.
foto in alto: Alfredo Cascone con una cernia appena pescata.
La pesca col vivo o con esca naturale morta s’identifica con la traina lenta che fu la prima a nascere e rappresenta la massima espressione d’insidia da calare in profondità. Nata negli anni sessanta questa tecnica è tutt’oggi una tra le più praticate e amate dai pescatori sportivi. Fu messa a punto principalmente per insidiare le grandi ricciole, è stata poi adattata alla pesca del dentice e altri predatori di fondo. Negli anni si è evoluta soprattutto per quanto riguarda i materiali, alleggerendo attrezzature e piombi e rallentando sempre di più la velocità per riuscire a pescare quanto più radente possibile al fondo. Col tempo si è scoperto che in alcune situazioni pescando a scarroccio in una sorta di bolentino col vivo, rendeva ancora di più rispetto alla traina con la marcia inserita, proprio per la bassissima velocità della barca in deriva. Poi arrivò l’era del vertical jigging e tutti noi imparammo a pescare con la barca in deriva sulle marcature dei pesci. Il passo successivo fu breve, alcuni pionieri unirono alcune tipologie di esche da vertical con l’esca naturale.

Misto artificiale - Questa tecnica esisteva già usando piombi a pera e a palla con terminali cortissimi ed esca naturale, si chiamava pesca col “pallino” e l’avvento delle vistose esche da vertical è stata la sua evoluzione. Il concetto è quello di manovrare un’esca morta mediante una zavorra che nel caso delle esche da vertical serve come richiamo grazie alla vistosità delle livree. L’artificiale più usato per questa tecnica è l’inchiku, ma si possono usare anche jig da slow pitch, kabura, tai kabura e tante altre esche metalliche. Lo scopo è quello di avere un artificiale pesante che porti l’esca naturale sul fondo e la faccia animare grazie a recuperi più o meno lenti. All’artificiale bisogna collegare un terminale realizzato con dacron da 150 libbre o trecciato da 200-250 libbre, sul quale andranno legati due o tre ami, considerando che l’amo più vicino all’esca servirà come trainante, mentre i retrostanti per ferrare il pesce. L’esca più usata è il calamaro morto, ma anche la seppia può essere molto catturante a patto che entrambi conservino inalterata la livrea. Si possono usare cefalopodi surgelati, ma mentre di calamari se ne trovano integri di origine oceanica, le seppie in genere bisogna congelarsele da soli. Per i calamari si possono acquistare quelli provenienti dall’oceano Indiano congelati a bordo uno per uno, che in genere mantengono integro il mantello e i colori.

Le attrezzature - Per chi si avvicina a questa tecnica, canne e mulinelli per la traina col vivo possono andare benissimo, ma se si vuole avere un’attrezzatura che animi l’esca in maniera accattivante bisogna orientarsi su canne da jigging e mulinelli rotanti con manovella sinistra o destra a seconda della preferenza. Come canne si possono usare sia quella da jigging classico (200-300 grammi) che quella da slow pitch, ma che siano abbastanza rigide in quanto ci si potrebbe trovare a confrontarsi con prede di tutto rispetto. Si possono usare an-che canne con mulinello a bobina fissa, più gestibile per chi non ha dimestichezza con il rotante. S’imbobina trecciato da 50 libbre e come terminale si collegano 10 metri di fluorcarbon non inferiore allo 0,60. Alla parte finale del fluorcarbon si collega un solid ring e uno split ring che servirà da collegamento con l’occhiello dell’esca metallica.


La pesca - Si tratta di una tecnica a spot, ovvero che prevede la calata dell’esca in punti ben precisi. Alla base dell’azione di pesca c’è una perfetta conoscenza dei fondali e un sapiente uso dell’ecoscandaglio. Si procede recandosi nell’area di pesca e innescando i calamari o le seppie. Con gli inneschi pronti si procede a zig zag nelle aree in cui ci potrebbero essere i predatori cercando con l’eco i segnali dei pesci o della mangianza. Fermata la barca si cala e si raggiunge il fondo. L’esca va animata con recuperi lenti alternati a piccoli scatti, ma senza mai scuoterla violentemente altrimenti potrebbe ruotare o danneggiarsi, perdendo il suo potere catturante. Molto spesso accade che non ci siano marcature evidenti e si giri a vuoto, ma non sempre l’ecoscandaglio riesce a centrare i bersagli e, come ha ampiamente dimostrato il jigging, anche calando in un apparente vuoto il pesce può comparire dal niente. È importante saper eseguire correttamente il collegamento trecciato-fluorcarbon e il nodo sul solid ring, perché si deve necessariamente pescare con la frizione abbastanza serrata (kg 5-6) e spesso bloccare la prima fuga del pesce fermando il tamburo con le mani. Alcune prede insidiabili in questa pesca come le cernie e i dentici tendono a intanarsi e se non arrestati durante la prima fuga potrebbero rompere immediatamente il terminale. Dopo la prima sfuriata, in genere la preda si lascia salpare senza tanti problemi.

Il momento magico - Come in tante altre tecniche di pesca dalla barca i momenti di sole basso (alba e tramonto) risultano essere i migliori. In questi brevi, ma intensi segmenti temporali, molti predatori approfittano della poca luce per mettersi in attività e concederci moltissime opportunità. Durante l’arco della giornata, con il sole alto, capita spesso di calare sulle marcature e non avere nessun risultato. I motivi sono abbastanza ovvi: i predatori cacciano quando hanno fame e in precisi momenti della giornata e quando non sono in attività non c’è verso di indurli all’attacco, a meno che non si riesca a stimolare la loro aggressività territoriale.

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