Le Regine dell'Appennino

L’autore ci propone una sorta di racconto che esprime la pesca nella sua accezione più profonda. Una memoria “poetica” che vede in natura una lotta tra due figure ma dove nessuno soccombe all’altro.

foto in alto: l'autore con una trota fario "guerriera" con una cicatrice sulla schiena inflitta da una beccata.

Pescare nel cuore verde dell’Italia centrale significa immergersi tra boschi, vallate e prati sconfinati, dove borghi arroccati sui torrenti custodiscono ancora le tradizioni di un tempo. È proprio in queste acque che si nascondono le trote di montagna, creature selvagge dipinte dalla natura e straordinariamente combattive. 

Primavera - Quando la primavera inizia a respirare tra le vette, dentro di me si accende un fuoco antico. È un desiderio di avventura che mi spinge a seguire la scia del disgelo, lì dove l’Appennino tra Umbria e Marche si mostra ancora nudo e selvaggio. Sono nato tra queste montagne; per me, veder riaprire la pesca a fine febbraio non è solo un appuntamento sul calendario, è un ritorno a casa. È il momento di impugnare la canna ultralight e tornare a cercare la trota fario nel cristallo liquido delle acque di categoria A.

La quiete e la natura selvaggia dei torrenti montani sono un modo per ritrovarsi.

La sfida è un rito fatto di silenzio: cosciali alti, una canna che vibra al minimo tocco e un mulinello che gira fluido. Ci si muove come ombre, spesso in ginocchio nell'acqua gelida, con il fiato sospeso per non incrinare l’armonia del fiume. Uso un nylon sottile, uno 0,20 millimetri, che deve fare da anima e ammortizzatore per queste trote, cresciute tra mille predatori, le quali non conoscono la pietà. Quando sentono l’inganno, lottano con una foga tale da scuotere le braccia e far battere il cuore in gola.

Un ecosistema che respira - In questi angoli dimenticati dal tempo, non sei mai davvero solo. Può capitarti di incrociare lo sguardo di un lupo, di scorgere un cinghiale nel folto o un airone immobile come una statua. Guardando da vicino le trote, ne trovo alcune che portano sul dorso i segni di vecchie battaglie contro becchi affilati e le cicatrici sono la testimonianza di una vita che scorre inesorabile tra le rocce. Sono loro le mie "frecce dorate", capolavori dipinti dalla natura che inseguo sempre con lo stupore di un tempo.

Una scena di pesca tipica del "trout fishing" appenninico, accovacciati in acqua!

Il fiume - Ogni volta che m’immergo nel fiume, i ricordi affiorano come bolle d'aria. Rivedo me stesso bambino, con le prime canne telescopiche e le dita sporche di terra, a caccia di sogni nelle buche più nascoste. Oggi, nonostante gli anni passati, il profumo dei fiori appena sbocciati e il rumore dello scorrere dell'acqua mi regalano una pace che non ha eguali. Tutto sembra incastrarsi in un puzzle perfetto, un’armonia che mi spinge a posare la canna per fotografare un dettaglio o osservare il momento di schiusa dei tricotteri, quando il fiume sembra letteralmente esplodere di vita.

Il setup minimale e impermeabile è di fondamentale importanza per gli spostamenti agili e per guadare qualche pozza senza bagnarsi.

Setup - Una volta preparata l’attrezzatura, scelgo con cura i miei piccoli alleati optando per cucchiaini di varie dimensioni, rigorosamente armati di amo singolo senza ardiglione. In queste acque così limpide, il segreto sta tutto nei primi due o tre lanci. Devo riuscire infatti a creare vibrazioni e bagliori immediati per scuotere l’istinto del predatore prima che la sua naturale diffidenza vanifichi l’azione di pesca. Nell’astuccio degli artificiali, prediligo le misure 0 e 1, variando i colori a seconda della luce. Passo dal nero classico a quello arricchito da piume, fino all’argento e a qualche tonalità fluo perfetta per le ore del crepuscolo quando l’acqua inizia a farsi scura. L’uso dell’amo senza ardiglione non è solo un obbligo del regolamento, ma una scelta etica profonda, dato che queste trote mangiano con voracità e spetta a noi evitare loro inutili danni. È di fondamentale importanza, portare con sé un guadino con rete gommata, capiente e con un manico di cm 40 circa con clip da attaccare a eventuali zaini. L’amo senza ardiglione può indurci in qualche slamata e bisogna essere bravi a non perdere contatto con il pesce. Quando i cucchiaini o gli spoon non danno risultati, un'alternativa molto efficace consiste nell'utilizzare un piombo a oliva scorrevole montato su girella, con un amo senza ardiglione innescato a verme siliconico. Facendo strisciare l'esca sul fondo, si simula un verme caduto da una pianta che rotola trasportato dalla corrente. In questo modo, l'olivetta solleva una sottile scia di sedimento che incuriosisce la trota, spingendola all'attacco. È una strategia ideale per le prede più grandi, spesso così sospettose da richiedere un pizzico d’ingegno in più per essere ingannate.

Sopra e sotto: due fario (Salmo trutta) sospettose degne di nota catturate in dei piccoli gorghi.

Personalmente, scelgo di praticare esclusivamente il catch & release. I nostri fiumi hanno bisogno di cure e di rispetto; restituire la libertà a una cattura, dopo aver scattato una foto per ricordo, è un gesto che dà un senso più profondo alla giornata. È una sfida faticosa, che richiede indumenti comodi e lunghe camminate per scovare gli spot migliori, ma la soddisfazione di veder ripartire il pesce ripaga ogni sforzo. 

L'incontro - Recentemente, il destino mi ha regalato un momento magico. Ero immerso fino alle ginocchia sotto la vecchia arcata di un borgo montano, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Ho visto una sagoma in corrente e ho lanciato, facendo nuotare l'esca contro il flusso. L'attacco è stato fulmineo! Dopo un combattimento serrato, fatto di balzi dorati e testate furiose, l'ho portata finalmente nel guadino. Era maestosa, segnata da una vecchia ferita di airone sulla schiena. Ma è stato guardandole il capo che il respiro mi si è fermato: quella disposizione di puntini... era lei! L’avevo tenuta tra le mani anni prima, quando era solo una picco-la trota ingenua. Ritrovarla cresciuta, saggia e in splendida forma è stata un'emozione immensa, un regalo del fiume. L'ho rilasciata con un sorriso, grato che quella scintilla che chiamiamo passione resti accesa, più forte che mai, nonostante il tempo che passa. 

Prudenza e rispetto - Tanta bellezza, però, esige rispetto e attenzione. Questi territori sanno essere spettacolari, ma anche severi. Lungo le sponde la vita è densa soprattutto in primavera quando le scrofe di cinghiale proteggono i loro piccoli con una ferocia ancestrale e il lupo, pur restando un fantasma, ci osserva dal buio del bosco con i suoi occhi d’ambra. La regola è una sola ovvero muoversi con calma, senza fretta, rispettando i confini di chi abita questi luoghi da sempre. Il pericolo più insidioso, però, è quello che non fa rumore. Con i primi caldi, le vipere si godono il sole sulle rocce o tra le scarpate; bisogna imparare a leggere il terreno, saggiare l'erba alta con il guadino e non dare mai nulla per scontato. E poi ci sono i rovi, estremamente pungenti che cre-ano un muro verde quasi impenetrabile. Ma è proprio questo il bello, venire a contatto con una natura così cruda e ravvicinata ti scuote nel profondo. Ti fa sentire vulnerabile, ma incredibilmente vivo.