Per molti la cernia è la preda della vita. La sue abitudini bentoniche la rendono misteriosa e difficile da catturare. L’autore descrive brevemente le specie più popolari e suggerisce i metodi più appropriati per portarle a pagliolo.
Lungo le coste italiane vivono diverse specie di Serranidi, ma in questo artico- lo ci concentreremo sulle due più comuni: la Epinephelus marginatus (cernia bruna) e la Epinephelus aeneus (cernia bianca). La cernia bruna è tra le prede più ambite dagli angler della penisola. Oggi la sua presenza è diminuita in alcune aree a causa dell’elevata pressione di pesca degli ultimi decenni, rendendo la cattura meno frequente. La cernia bianca, invece, è particolarmente diffusa lungo le coste dell’Italia e della Sicilia. Si distingue per la livrea più chiara, tendente al grigio, con grandi macchie scure sul corpo.
Biologia e sostenibilità - La cernia bruna è un’ermafrodita proterogino: nasce femmina, raggiunge la maturità sessuale intorno ai 40 centimetri e si trasforma in maschio verso i dodici anni, quando pesa circa 7-8 chili. Questa caratteristica, unita alla sua natura curiosa (soprattutto da giovane), ha contribuito nel tempo alla riduzione della popolazione in molti spot. La riproduzione risulta infatti compromessa quando vengono prelevati i grandi maschi o le femmine che non hanno ancora completato un ciclo riproduttivo. È quindi fondamentale rispettare la misura minima (45 centimetri) e, possibilmente, rilasciare anche gli esemplari sotto i 3 chili. Si tratta di un pesce longevo, che può superare i 50 anni di vita e raggiungere pesi eccezionali, superiori anche a 60 chili.

Dove cercarle - La cernia bruna predilige ambienti rocciosi, vedi secche, franate e cadute repentine ricche di anfratti e grotte. Ama cacciare tendendo agguati dall’ombra della propria tana. Le batimetriche più produttive variano generalmente tra i 30 e gli 80 metri. La cernia bianca frequenta invece fondali sabbiosi o fangosi misti a roccia. Spesso crea la tana su pianori rocciosi adagiati sul fango; dove questi mancano, scava vere e proprie cavità nel sedimento. Le profondità più indicate sono comprese tra i 30 e i 60 metri.
Le principali tecniche per insidiare la cernia sono la traina col vivo e le tecniche verticali (col vivo, live kab o artificiali morbidi).
Traina col vivo - Storicamente molto diffusa, questa tecnica prevede l’uso di esche voluminose come grossi calamari (anche da 1 chilo) o pesci esca di taglia importante, ad esempio tombarelli o lanzardi. Quando attacca, la cernia ingoia l’esca e si dirige con estrema potenza verso la tana. Questo comportamento rende difficile la cattura dei grandi esemplari, soprattutto se riescono a intanarsi. Per limitare le rotture occorre: mantenere il pre-terminale entro i 5 metri; ferrare con frizione ben chiusa; inserire la marcia e accelerare con decisione per staccare il pesce dal fondo prima che raggiunga la tana.
Tecniche verticali - La pesca in verticale offre una percentuale di successo maggiore, poiché elimina il “bando” tra terminale e treccia, tipico della traina. L’esca lavora perfettamente sotto la barca, aumentando il controllo in fase di strike. Si può pescare in verticale pura oppure a scarroccio controllato, mantenendo deriva minima (eventualmente con l’ausilio di un motore elettrico) e calando l’esca sulle marcature rilevate dall’ecoscandaglio.

Attrezzatura - Servono canne robuste, con grande riserva di potenza e capaci di sostenere drag elevati (anche oltre i kg 10). Ottime anche le vecchie canne da vertical jigging, purché adatte a PE 5 o superiore. Il mulinello, fisso o rotante, a seconda della canna, deve essere di alta qualità e contenere almeno 300 metri di treccia 8 capi (PE 5, carico di rottura minimo 65 lb). Alla treccia si collega, tramite un nodo PR, uno spezzone di circa 5 metri di fluorocarbon da mm 0,70 ad alta resistenza all’abrasione.
Esche e inneschi - In verticale si possono usare esche vive o morto manovrato (live kab). Per il vivo si impiegano zoka ball o piombi con amo integrato e assist hook (almeno 6/0), montati su cordino braid o spectra da 200 libbre. Le grammature variano tra 150 e 300, in base alla profondità e corrente. Ottimi risultati si ottengono con grossi cefalopodi come seppie e calamari. Nel morto manovrato l’esca principe è il polpo. Si possono utilizzare moscardini o polpi veraci tra 200 e 700 grammi, preferibilmente freschissimi o vivi. Per l’innesco: inserire un piombo a sfera forato nella testa del cefalopode, recidendo prima i collegamenti interni; fissare l’amo principale sotto la testa, in prossimità degli occhi; occultare gli ami secondari in due braccia; completare, se necessario, con filo elastico.

Attacco e combattimento - Individuata la marcatura all’ecoscandaglio, si cala l’esca in verticale facendola scendere vicino al pesce. Se si tratta di una cernia, difficilmente resterà indifferente. L’attacco avviene spesso quando l’esca tocca il fondo: è fondamentale effettuare subito due o tre giri di manovella per sollevarla. In quei secondi si decide l’esito dell’azione. La frizione dovrebbe essere tarata intorno agli 8 chili. Al momento dello strike conviene bloccare la bobina con la mano e pompare con decisione, recuperando rapidamente i primi metri di filo: sono quelli che fanno la differenza. Una volta staccata dal fondo di 15-20 metri, il combattimento diventa più gestibile. La cernia infatti, soffre i barotraumi dovuti alla variazione di pressione e tende a affiorare progressivamente, mostrando tutta la sua imponenza e la splendida livrea. Una cattura del genere, soprattutto per chi è alle prime esperienze, regala emozioni difficili da dimenticare.

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