Prima eging, alla ricerca di qualche cefalopode notturno. Poi a fondo, sfruttando il potere attrattivo di un tentacolo freschissimo che orate e saraghi mostrano di gradire.
Non può che trattarsi di un’alzataccia. Se è vero che l’alba è magica nella pesca, allora a quest’ora tutto deve essere già al suo posto e cioè una freschissima esca lanciata vicino agli scogli, proprio dove nuotano orate e saraghi, dimostrando di essere più attivi proprio nei cambi di luce. Ma allora, perché non sfruttare l’altro cambio di luce, il tramonto, sicuramente più comodo. Perché l’esca in questione, dalla riva, si pesca solo con il favore delle tenebre. I calamari, oramai da anni insidiati a tutte le ore dalla barca, quando si tratta di cercarli dagli scogli si fanno vedere soltanto nelle notti più fredde dell’anno. È adesso, quindi, il periodo più adatto per combinare due tecniche: eging e canna da riva.
Tecniche e parature - La prima tecnica, l’eging, serve per procurare l’esca. Che poi del cefalopode si utilizza solo un tentacolo, il resto finisce gloriosamente in forno! Nella ricerca del calamaro dalle scogliere o nelle aree portuali, negli anni si sono sviluppate parature che cambiano, anche di molto, a seconda dello spot. Un classico che però dimostra la sua efficacia quasi sempre e che quindi si può prendere come modello, è il finale con una singola totanara. In bobina meglio avere un buon trecciato, morbido e reattivo. A questo si lega un metro di fluorocarbon sottile (un ottimo 0,22 è più che sufficiente anche con esemplari sul chilo e oltre…) e infine si attacca la totanara. Starlight si o starlight no? Anche in questo caso valgono molto le condizioni puntuali, il tipo di spot, la profondità, la trasparenza del mare. Ecco una regola che può essere adottata, ma solo indicativamente: in porto si usano gli attrattori luminosi, mentre in ambienti più selvaggi meglio pescare nel buio totale. Anche il colore dell’esca ha la sua importanza, visto che i calamari mostrano di preferire, a seconda delle giornate, alcuni colori precisi. Avere a disposizione una completa tavolozza di egi permette di trovare la tinta più efficace ad ogni battuta di pesca. Ok, abbiamo fatto bingo e il calamaro è a terra.

Adesso si tratta di sfoderare la canna da fondo e passare alla seconda fase: la ricerca del grosso sparide. Saraghi e orate, l’abbiamo accennato, vanno matti per i tentacoli di calamaro freschissimi. Ma potrebbero essere anche altri i pesci interessati alla stessa esca, come i sempre più presenti serra. Anche in questo caso la paratura è dedicata. Al filo in bobina si collega un finale scorrevole. Ma questa volta non è in nylon come ci si potrebbe aspettare. La presenza di predatori con denti taglientissimi consiglia l’uso dell’acciaio negli ultimi 20 centimetri. Sì, sembra un’esagerazione, eppure la scelta di un cavetto d’acciaio si dimostra indovinata. Bisogna usare quello rivestito con una guaina nera, invisibile nella poca luce dell’alba. A questo punto si tratta di aspettare, combattere il freddo godendosi i colori del cielo che rischiara a est. Ma sempre con un occhio al cimino della canna, pronti a ferrare al minimo accenno di abboccata.
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