Riccardo Golini

Giovane, fisico atletico, allenato in piscina non ancora adolescente, brucia le tappe nella pesca in apnea e in pochi anni di attività debutta in prima categoria. A giugno sarà a Trapani per il Campionato italiano assoluto.

foto sopra: Riccardo con una cernia di circa 16 chili catturata in assetto variabile a -36 metri. L’animale era sul fondo, ma grazie alle nuove funzionalità degli attuali ecoscandagli non ho fatto fatica a individuarla.

Riccardo Golini, oggi ventisettenne, nasce e cresce a Grosseto. Sente il profumo del mare in casa, durante le libecciate ma, sebbene il liquido sia il suo elemento preferito, non è il Mare Nostrum che lo conquista. Si dedica fin da giovanissimo al nuoto, alla piscina, e tra delfino e stile libero, si diverte tra le corsie sbracciando fino allo sfinimento, pur di arrivare primo. In casa è il babbo che raccoglie dal mare i polpi, qualche pesce al razzolo, e solo da adolescente il figlio sperimenta il fascino del lancio con la canna, a surfcasting, a spinning e con la bolognese. A 17 anni, finalmente, seguendo il padre nelle alterne vicende col fucile e la cinque punte, si accende la fiamma. Riccardo è a suo agio nell’acqua e  l’ambiente salato con la vita dentro, lo affascina come mai avrebbe immaginato. Con l’amico neo patentato inizia costanti scorribande, da Talamone a Montalto di Castro. Sempre da terra, ovviamente. Si diverte e porta a casa qualche pesce.

Il primo passo importante? Mia madre mi ha sempre incoraggiato però si sarebbe sentita più tranquilla se mi fossi affidato a qualcuno. Così m’iscrissi a un corso di apnea di primo livello, sempre a Grosseto. È stato sufficiente a tranquillizzarla. Quest’anno sono diventato anche aiutante istruttore di apnea.

Le orate a novembre accostano in alcune zone dell’Argentario; questa in particolare l’ha catturata in tana in 4 metri di fondo.

Beh… e i pesci? Te ne racconto una. Non ancora ventenne, in tarda primavera, durante un’escursione a Bagno delle donne (Talamone), insieme a un amico, durante una scaduta avanzata di scirocco, partimmo da terra, a pinne. L’acqua era pulita ma soprattutto c’era molta attività, fra tutte una grande mangianza di castagnole. Scrutavo il fondo di fitta e monotona posidonia finché individuai una smorzata di vegetazione a 8-9 metri di profondità. Mi immersi, la mangianza si aprì ma non a causa mia e infatti sbucò d’improvviso un dentice in caccia, sembrava alquanto eccitato. Fatto sta che l’animale mi puntò e senza paura si avvicinò col muso a un metro circa dal mio arpione. Sparai e lo fulminai, senza nessuna reazione da parte sua. Mi dissi, “bene!”. E pensai di raggiungere il mio amico per renderlo partecipe dell’accaduto. Legai il pesce al pallone e “m’incamminai”. Lungo il percorso, un banchetto di oratine sul mezzo chilo m’incuriosì. M’immersi su quel po’ d’acqua, forse 5 metri, ma durante la breve discesa le orate si allontanarono. Quindi insistetti e le richiamai battendo il fondo col fucile, finché non si ripresentarono e con loro, ben camuffata, anche un’orata di 2,5 chili. Quindi sparai, iper felice e pienamente soddisfatto. Assicurai anche l’orata al palloncino e m’incamminai nuovamente verso il mio amico che fino a allora aveva solo perso tempo e adesso doveva anche sentire le mie “bonarie” prese in giro.

Dentice e orata sono due pesci da sogno, in una sola pescata sono ancora più belli.

L’agonismo? Il passo successivo al corso di apnea fu proprio l’iscrizione al Circolo grossetano subacqueo nelle cui fila c’era anche Nicola Soldati, for-te agonista e oggi mio collega in prima categoria. Dopo le prime selettive, il fermo Covid e il corso di istruttore di pesca sub Fipsas con Marco Bardi, mi ritrovai in seconda categoria a Casalvelino per il campionato del 2023, con i colori dell’Apnea Magazine Grosseto. Ero ancora inesperto e non bene equipaggiato e purtroppo non fu un successo. L’anno successivo, superate nuovamente le qualificazioni, ancora in seconda, a Bonagia, fu un successo: sesto classificato, col pass per l’assoluto.

La foto, col babbo è significativa, senza dubbio, per lui, la più importante.

Raccontaci questa gara. Partii al sud con mi’ babbo, il barcaiolo. Arrivammo a Gallipoli, in Puglia con una settimana da spendere “tutto compreso”. Quattro giorni di preparazione a iniziare dal campo gara nord. Un’area con un fondo anche impegnativo che affrontai con sicurezza e capacità, visto che a Padova a Y40, staccai il primo cartellino dei -40. Decisi di limitarmi alla fascia dai 30 ai 40 metri, in un fondale prevalentemente sabbioso con macchie di grotto e posidonia, ricca di dentici e pesci di passo ma nessuna cernia bianca. Stessa sintesi il secondo giorno, sempre lì. Preparai il campo sud, molto simile al precedente, su una fascia più ampia, dai 20 ai 40 metri. La parte meno impegnativa, sui 20 metri era ricca di pesci, mentre a -42 scovai una bianca di 15 chili circa. Mi convinsi che questo campo fosse migliore. Il giovedì, al briefing, venne sorteggiato il campo nord, senza nessuna certezza, visto il maltempo, che il cam- pionato si chiudesse con due manche. Al momento di fare sul serio partii per un sasso a -38 che ospitava una murena e una mostella, purtroppo assenti per l’occasione. E anche il triste pellegrinare sui punti segnati, purtroppo portò a un nulla di fatto. A metà gara decisi quindi di cambiare strategia giocando il jolly dei dentici all’aspetto. Al primo tuffo mi acquattai a -37 metri e un banchetto di predatori coi canini appuntiti mi scorsero e si avvicinarono incuriositi. Erano cinque sui tre chili, e uno più grosso. Mi concentrai su quest’ultimo. Aspettai finché mostrò il fianco, poi la freccia partì, inesorabile. Nei vari passaggi incontrai Marco Bardi, in giro sul gommone a ispezionare. “Sei messo bene”, mi disse. Ripresi a pescare a segnale, di buon umore ma senza fortuna. Finiti i punti, poco prima dello stop me la presi con due murene: 2000 punti, buttali via… Al momento della verità tutti sapevamo che Dessì era irraggiungibile, ma io ero speranzoso e contento, eventualmente, di fare una bella figura col mio sponsor Cressi. E così fui quattordicesimo. Sempre in prima e carico per il prossimo assoluto di giugno a Trapani.

Riccardo ama insidiare i barracuda nelle giornate primaverili con mare in scaduta. In queste condizioni non è raro trovare grossi esemplari in pochissima acqua.

Al di là delle gare quale tecnica preferisci? Senz’altro la caduta, in planata, scorrendo il fondale, con acqua pulita per vedere i pesci da lontano e arrivarci a tiro. Sono circa due minuti che a trenta metri puoi ripetere anche 60 volte in una giornata. Certo ci vuole fisico e preparazione, ma io con l’acqua sono sempre andato d’accordo. Poi oggi, con le pinne in carbonio… Hanno una spinta e un ritorno di spinta che il polimero non raggiunge. 

E il resto dell’attrezzatura? Uso un fucile 100 o 110 in alluminio con doppio elastico, asta da 6,5 con 3 alette, oltre la centrale di pre-carica e gomme da 14. La muta, visto che sono un po’ freddoloso è una 8 millimetri liscia-spaccata per l’inverno. D’estate una mimetica liscia dentro e foderata fuori da mm 5. La maschera, 4 stagioni, è a volume ridotto con due lenti.

Riccardo con il pesce della vita, sicuramente un record che per lui sarà dura battere.

Ok, la preda più grossa? Lo scorso anno, a luglio, all’Argentario con l’amico mio. Salpammo a Albinia con la sera in avvicinamento. Navigammo per circa 20 minuti con un’onda lunga da libeccio verso una secca col cappello a 15 metri. Arrivammo al tramonto. Ai -18 inizia una parete verticale che cade a strapiombo su un grotto che si stabilizza a circa 40 metri. Mi fermai sul dislivello dei 18 perché c’erano molte castagnole e palamite in caccia, nervose, pezzi da 2 chili circa e anche 3, abbastanza furbe da non arrivare a tiro. Al secondo tuffo, mi sfilò un tonno alle spalle. Naturalmente non me l’aspettavo e sparai d’istinto bucandolo vicino alla pinna laterale. Purtroppo l’arpione si sfilò, anche se il pesce accusò il colpo. Fortunatamente il barcaiolo era pronto e partimmo alla ricerca. Individuato il segnale mi immersi e lo doppiai senza problemi.

Un aneddoto? Qualche anno fa a agosto, all’Argentario. Mentre lasciavo la riva, una signora anziana a gran voce mi fece sentire “Ci sono le balene in mare!”. Boh, pensai “Questa è matta!”. Poco dopo però quelle parole erano in tanti a indirizzarle a gran voce verso me. E avevano ragione. C’era una balena a cento metri scarsi da me. Emozionato e incasinato non riuscì a attivare la Go Pro. Le balene erano tre, due grandi e una piccina.