Marco Muti

Un po’ di pratica casareccia, le selettive e l’incredibile ascesa ai massimi livelli agonostici. Marco è un’atleta che ha preso seriamente il suo ruolo tant’è che è entrato in un lampo nel circuito azzurro della nazionale.

foto in alto: Marco Muti con una bella cernia bruna. Questa specie non è valida nelle competizioni ufficiali.

Da piccino aspettavo l’estate per andare al mare e fare il bagno e pescare con una lenza tra gli scogli di Salivoli. Scendevo sotto casa con mia nonna. Mentre lei prendeva il sole - prosegue Marco - spesso galleggiavo con la maschera e la lenza stretta in mano alla ricerca di qualche pescetto che abboccasse sulla patella o il paguro di turno. Crescendo, ma sempre nei mesi più caldi, uscivo con mio padre con la barca, che teneva ormeggiata nel campo boe del Golfo di Baratti, per infinite e divertenti sessioni di bolentino.

Come sei arrivato alla pescasub? Ho seguito mio padre. Era un grande pescatore di polpi, senza fucile… li catturava con le mani. Io lo seguivo, immerso con la maschera, avrò avuto 10-12 anni. Ma il passo decisivo fu per merito di Stefano Govi, un mio parente di Piombino, noto pescatore in apnea. Nelle sue rientrate in Toscana si usciva con la barca e si pescava a sub, davanti a Palmaiola, intorno a un’isoletta, uno scoglio dove lui comunque riusciva a fare grandi pescate di predatori. Avevo 14-15 anni. Mi insegnò l’aspetto in un palmo d’acqua. Mi spiegò che i pesci alla vista di un subacqueo si avvicinano incuriositi e per questo stava fermo, immobile, sul fondo, esattamente come avrei dovuto fare io. 

Sotto: sempre lui, il protagonista, che ha catturato un bellissimo dentice grazie a una mira da cecchino.

Quando ti sei sentito un subacqueo? Quando ricevetti in regalo la prima muta. Allora si usava ancora la cerniera. E, sempre a 16 anni, per completare l’attrezzatura, i mie genitori mi regalarono un fucile di 50 centimetri, a aria compressa, con la fiocina a 5 punte. Equipaggiamento che potevo usare solo sotto sorveglianza dei miei. 

E quando un pescatore? Diciamo da adulto, con la maggior età. Ero quasi emancipato e potevo spostarmi per i fatti miei. Andavo col motorino, sia a Baratti che a Salivioli, specie d’inverno. 

Ricordi una pescata? Beh, in una delle uscite giovanili presi tre salpe e due muggini e un serra. Pescavo nella posidonia. Vedevo le salpe da lontano perché specchiavano. Sono pesci difficili da prendere, perché hanno le sentinelle che segnalano al banco pericoli certi ma anche probabili e comunque situazioni ambigue. Allora pescavo con un 90 a elastico. Sparava forte, avevo più gittata, quindi più chance. Ma questo non m’invitava a strafare. Ho sempre avuto un po’ di timore in mare. Ancora oggi non mi spingo troppo a fondo e tantomeno mi allontano. Anche se è vero che con gli amici mi sono lasciato un po’ andare, naturalmente più lontano e più fondo.

Marco sul tubolare per riprendere fiato dopo un tuffo impegnativo.

Il tuo idolo? Senza dubbio Marco Bardi, da giovane mi nutrivo dei suoi video. Come sei arrivato all’agonismo? Io ho fatto atletica (800-1500) mollando un po’ la pesca. Ma a 19 anni mi tornò il pallino della pescasub, in particolare mi tirava l’agonismo, la competizione, la stessa della corsa e in sintesi quella che mi ha fatto migliorare. In quel periodo conobbi Pietro Milano, forte agonista di Piombino con barca a Salivoli. Mi insegnò la pesca al razzolo, in tana, quindi come ci si comporta in gara. Nel 2017-18, iscritto al circolo Porticciolo di Piombino, feci le prime gare selettive. Pescavo a scorrere come molti, del resto non conoscevo i campi gara. Però andò abbastanza bene. Su sei prove agguantai un primo e un secondo e nel 2019 mi presentai a Casalabbate per il campionato di seconda categoria. Arrivai ventesimo col pass per l’assoluto. Nel frattempo il club si sciolse e passai al Garibaldi Cica sub Livorno, col quale, naturalmente, proseguii l’attività, partecipando anche a un corso di pesca in apnea e un altro di pura apnea, all’Elba, con Carlo Boscia. 

Marco con una corvina sparata dall’alto.

E quindi… l’assoluto? Certo! Nel 2021 in Puglia, a Torre San Giovanni, sullo Ionio. Arrivai con Andrea Mattera, il mio barcaiolo, una settimana prima della gara per studiare i campi. A nord l’area era sabbiosa con grotto e fondo uniforme fino a 25 metri e pesci molto mobili. Andando più giù il fondo, a 30-35 metri, era più delineato con pietre interessanti e pesce stanziale, tutto registrato sul Lowrance 9”.  Nel campo Sud, alle secche di Ugento, lo scenario era completamente diverso, mosso, con secche e cigli e pesci diversi, per esempio dentici. In pratica però mi ritrovai a fare una pesca nuova, a segnale: un tuffo, due tuffi e fai il pieno, ma risulta dispendiosa in termini energetici, mentre nelle selettive, senza segnali precisi vai a scorrere. Il campionato iniziò al campo Nord col favore del meteo. Al via andai a vedere le pietre con le corvine e saraghi, tutti grossi. La forte corrente però mi spostava 30 metri dalla verticale. Dovetti rifare il tuffo altre due volte per sparare una corvina… e mancarla. Furono tuffi impegnativi ma non rinunciai al quarto. Cambiai l’arpione con una cinque punte e mi immersi ancora una volta a 38 metri. Sparai una corvina, in modalità depotenziata, questa volta grossa, sui 2 chili e mezzo. Ma furono sufficienti due scrollate e una scodata… il pesce se ne andò, tornai sulla buca, ma ero esausto e mi spostai senza vedere altri pesci. La seconda manche non andò meglio. Presi un denticiotto ma pesò solo 900 grammi. Non valido! E per continuare col segno meno, l’anno successivo, a Mola di Bari, in seconda categoria, ripetei la scarsa prestazione.

Di nuovo le selettive? Sì. Fortunatamente feci tesoro delle esperienze e maturai una profonda conoscenza dello strumento. Guadagnai un sesto all’Elba, un primo a Livorno e un altro primo a San Vincenzo. Nel 2024 a Bonagia mi ritrovai di nuovo seconda. Nella prima manche, nelle vicinanze dell’isolotto degli Asinelli trovai una tana di corvine a 28 metri e altri pesci a destra e a manca. La seconda giornata In uno scalino di un metro, sulla sabbia, lungo circa 80 metri, ricco di spacchi e corvine e mostelle, arrivai un secondo dopo un collega. Il primo tuffo andò a buca, così aspettai per non fare casino sul fondo. Anche gli altri tentativi non gli andarono bene, così abbandonò. Fortunatamente dopo un breve scorrere trovai le mostelle e ne presi 5. Chiusi la gara al quinto posto.

L’ultima gara? Partii abbastanza convinto forte di una preparazione mirata e un preventivo “collaudo”, tutto suggerito da Iacopo Querci, biologo nutrizionista, già preparatore di Davide Carrera. Importantissima la ventilazione sul tubolare, una tecnica che richiede una grande concentrazione ma che fa risparmiare un sacco di tempo. Non ero mai stato a Gallipoli ma avevo 10 giorni interi per la preparazione. Iniziai col campo Nord. Un fondale uniforme, utile dai 22 metri, con cigliate a m 30. Roccia isolata con spaccature e pesci a volontà: brune, bianche, dorate, corvine, saraghi. Un’area vastissima che mi spinse a preparare solo la fascia da 30 a 42 metri. A sud era abbastanza monotono. Partiva da 8-10 metri e verso il largo si aprivano chiazze di grotto nella sabbia, con pietre isolate, molte deserte, e presenza di pesce scostante. Condizioni dell’acqua variabili. Alla fine trovai belle pietre, una con una bianca di 10 chili. Pescai nove pesci: 4 corvine, 4 saraghi e una dorata di 3,8 chili. La seconda manche saltò per il forte vento. Vinse Dessì, io sesto.

Soddisfatto? Beh direi di sì. Sono cresciuto, maturo e per finire Marco Bardi mi ha convocato nel Club Azzurrro.

Un pesce grosso? Sì, a Piombino, era novembre dello scorso anno. Era una bella giornata a Palmaiola ma non girava pesce. M’immersi su un ciglio, sopra corrente. I pesci erano nervosi, vidi qualche denticiotto in lontananza. Risalii e poi li raggiunsi. C’era posidonia. Mi acquattai sul fondo ma non vidi animali. Poi, d’un tratto mi vennero incontro 3-4 ricciole di 30-40 chili. La prima si avvicinò ma non tanto. L’ultima arrivò a 2 metri dal fucile, un 90 monogomma. La sparai dietro la testa perché spesso l’osso resiste. Il pesce partì come un razzo e prese parecchio filo. Lo lavorai il necessario e alla fine lo portai alla luce del sole: una bestione di 30 chili.

Il ricciolone di 30 chili pescato a Palmaiola e un trasferimento su altri punti di pesca.