Il bolentino di profondità è una tecnica di pesca che sta riscuotendo un grande successo. Dalla sua, gioca la possibilità di fare catture di grandi dimensioni (cernia canina e americana) e l’incentivo commerciale legato alla vendita di attrezzature costose. Di fatto però il pesce che caratterizza questa disciplina è senz’altro l’occhione, uno sparide che ufficialmente cresce fino a 4 chili per cm 70, ma è ragionevole pensare che possa superare questi limiti, anche abbondantemente. Dal punto di vista ambientale ma anche sportivo e in più personale, non fa piacere che questa specie (Pagellus bogaraveo), stia dando segni di sofferenza, seppur locali, come evidenziano la Fao e le misure già in atto per ricomporre gli stock nel Mediterraneo occidentale (Mare di Alborán). Gli studiosi puntano il dito sulle lenze delle flotte spagnole, e marocchine soprattutto, e in particolare sul numero totale di ami impiegati, che negli anni più recenti, sono stati già ridotti, per entrambe le marinerie, di circa il 20%. Ma le raccomandazioni, a partire da quest’anno, sono severe e suggeriscono il 50%, oltre la misura minima di cm 33 e un fermo pesca generale di 60 giorni continuativi tra gennaio e marzo. In quest’operazione purtroppo è coinvolta anche la pesca ricreativa e, udite udite, in Fao tutti concordano nel suggerire che: “La pesca ricreativa dell’occhione nell’Alborán da parte di unità dell’Unione, sia vietata.”. Di primo acchito sembrerebbe un attacco diretto che potrebbe sfociare in contagio, osmosi o “ce lo chiede l’Europa”, ma a mente fredda, in Italia, l’occhione non rientra nei radar della pesca professionale, per cui difficilmente la specie cadrà in sofferenza. Quindi, passato il pericolo, armiamoci di canna e mulinello elettrico e diamoci da fare, dai 150 metri in giù.
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