Msc (Marine Stewardship Council), l’organizzazione internazionale no-profit che promuove la pesca sostenibile e il cui marchio leggiamo sempre più spesso nelle confezioni di prodotti ittici, pubblica i dati sulle attitudini e motivazioni dei consumatori di alimenti marini in Italia e nel mondo. E scopriamo che il 38% dei consumatori italiani sarebbe disposto ad aumentare il consumo di pesce se avesse la certezza che provenisse da fonti sostenibili. Contemporaneamente o quasi, Ttg (Travel Trade Gazette), prima pubblicazione al mondo del settore viaggi, da Rimini, conferma che il turismo esperienziale, in particolare sportivo, “si pone come una risposta concreta e innovativa all’overturism”, giacché risulta un fenomeno decentrato rispetto ai circuiti di massa, non solo nello spazio ma anche nel tempo. Per chi scrive, e spero per chi legge, ma sopratutto per chi sta al comando, le due news, concomitanti e in qualche modo correlate, anche se inconsapevolmente, tirano in ballo a gran voce la pesca sportiva. Nel primo caso infatti, l’Msc richiama l’attenzione del mondo e si fa garante di comportamenti virtuosi circa gli interventi sulla risorsa ittica, ma la risposta assoluta e inopinabile che può soddisfare i desideri ambientalisti al 100% e alimentari della popolazione è un irrealizzabile ma avvicinabile paradigma: i pesci, bisogna andarseli a pescare… sportivamente. Il secondo punto tocca un aspetto già trattato in passato la cui soluzione, in Italia, non è più procrastinabile e si appella a una forma di turismo che la pesca sportiva incarna. Comunque la si voglia vedere, il punto, suggerito da Msc e Ttg, è che l’attività alieutica, svolta sulle rive oppure sulla barca, non è più un mero fenomeno culturale, ma un’aspirazione popolare, con forte richiamo turistico destagionalizzato e di importante e crescente valenza economica.albe
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