DEEP SEA TROLLING

Con l’avvento delle tecniche di pesca verticale, importate dal Giappone e la scoperta dei predatori a profondità molto superiori a quelle usuali, negli ultimi anni anche la traina con il vivo ha subito un sensibile aumento delle quote d’azione, fino a spingersi a profondità impensabili.

foto sopra: due grossi dentici corazzieri. Si riconoscono dal dentice comune per il colore più chiaro e uniforme e per le macchie scure sul dorso, oltre che dalla gibbosità frontale, quando presente. Allo stadio giovanile presentano il primo raggio della pinna dorsale molle e lunghissimo.

Abbiamo sempre creduto che molti dei predatori presenti lungo le nostre coste, compissero migrazioni più o meno importanti, scomparendo in alcuni periodi dell’anno. Negli ultimi tempi però, si è scoperto che con il variare delle stagioni e delle temperature superficiali dell’acqua, i predatori si spingono più in profondità, piuttosto che compiere migrazioni vere e proprie. Questo ha portato molti veterani della traina con il vivo ad affondare maggiormente le esche e a mettere a punto tecniche e attrezzature per trainare a alte profondità.

La vita oltre i 60 - Al contrario di quanto si potesse pensare dieci o quindici anni fa, quando la traina con il vivo veniva praticata prevalentemente su fondali compresi tra i 25 e i 50 metri, a profondità maggiori si possono trovare delle situazioni incredibilmente accattivanti. Oltre alle cigliate e ai pianori rocciosi presenti a queste batimetriche, sono gli scogli isolati e gli spartiti di roccia a destare particolare interesse, in special modo quelli compresi tra i 70 e i 100 metri. Su queste vere e proprie oasi sommerse si possono trovare microcosmi che ospitano dai piccoli pesci ai grandi predatori. Riuscire a scoprire e a trainare su questi spot, può rappresentare quindi, una delle nuove frontiere della pesca con esche naturali.

L’autore e una bella cernia bruna risalita, obtorto collo, da 85 metri.

L’affondamento - In questa tecnica si usano prevalentemente cefalopodi (seppie, calamari e totani) sia vivi, che morti. La prima problematica d’affrontare è quella di portare l’esca a profondità superiori a 60-70 metri. Per scendere giù è necessario avere in bobina una lenza che opponga quanta minor resistenza possibile, quindi un multifibre di sezione rotonda e di diametro abbastanza sottile (0,28-0,30). Al termine del multifibra si collega una girella piccola, ma con un alto carico di resistenza, che passi agevolmente nei passanti della canna. Il terminale si realizza con 10 metri di fluorocarbon 0,60 doppiato nella parte che ospita gli ami, oppure 0,70 non doppiato. La girella può essere eliminata con un collegamento filo a filo al terminale, ma in questo caso si deve applicare un’asola sul multifibre per ospitare il piombo guardiano. Optando per questa soluzione, al termine dei 10 metri di nylon, si collega una girella e 2 metri di fluorocarbon. Si usano due ami, preferibilmente fissi. In genere si usano degli ami a artiglio d’aquila, ma al contrario dei calamenti abituali, in questa tecnica si usa l’amo trainante più grande del ferrante. Questo escamotage consente di allamare prede importanti che attaccano in testa e ingoiano l’esca, e prede più piccole che sbocconcellano i tentacoli dei cefalopodi. Nel calare l’esca verso il fondo bisogna trattenere il libero di bobina con il pollice, per evitare che una discesa troppo veloce faccia arrotolare il terminale sul trave. Per pescare a profondità comprese tra i 50 e i 100 metri, si usano piombi da 750-1000 grammi, a seconda della corrente e della velocità minima della barca. Per far lavorare l’esca sempre sul fondo e quanto più possibile sulla la verticale della barca, è utile, ogni tanto, staccare la marcia e attendere che il piombo tocchi il fondo. 

Riccardo nel recupero di una preda estiva, probabilmente un corazziere.

 La preda più ambita - Trainando a queste profondità il target principale è uno solo: il dentice corazziere. Questo grande sparide, è molto diffuso nell’area meridionale del Mediterraneo, con altissime concentrazioni lungo le coste della Libia, della Tunisia e dell’Algeria. Nelle nostre acque è segnalato in Sicilia, Calabria e più raramente nella Puglia ionica. È possibile incontrarlo anche in Campania, fino a Capri e Ischia. È un pesce che predilige fondali alti, compresi tra i 70 e i 120 metri, spingendosi anche oltre. Cerca scogli isolati, relitti e piccole formazioni rocciose, tranquille e poco molestate dall’uomo. Se la sua area vitale viene disturbata da prelievi intensivi o reti strascicanti, si trasferisce altrove, per non tornare mai più. La sua ricerca va effettuata scoprendo le oasi rocciose o relitti sui fondali sabbiosi. Preferibilmente con molta vita di pesce piccolo, crostacei e cefalopodi. Una volta individuata l’area giusta, è sempre buona abitudine non sfruttarla troppo, in quanto il corazziere (Dentex gibbosus), è molto suscettibile, quindi basta un prelievo eccessivo o un pesce che rompe la lenza o si slama, per mettere in allarme tutto il branco. In genere raggiunge le secche in tarda primavera, quindi si tratta di un pesce estivo-autunnale.

L’autore e il corazziere della foto sopra.

Durante l’inverno spesso sparisce, senza lasciare traccia, probabilmente affondando ulteriormente. Questo pesce, dalle abitudini molto lunatiche e sospettose, può essere considerato un predatore a tutti gli effetti. Predilige polpi, moscardini, seppie e calamari, ma non disdegna i piccoli pesci, in particolar modo quelli che trova sulle formazioni rocciose in cui vive. Generalmente, infatti, lo si trova su aree ricche di mangianza e di vita. Non di rado, si nutre di crostacei come gamberi e piccole aragoste, ma da buon predatore qual è, all’occasione si arrangia anche con prede inusuali, specialmente in età adulta, quando la sua mole gli consente di aggredire pesci di tutto rispetto come piccoli tunnidi o altri predatori di fondo, con cui condivide le aree di caccia. Possiede una bocca abbastanza grande e forte, ma soprattutto quattro denti canini molto accentuati, con cui facilmente afferra e annienta le sue vittime. Come i sui stretti parenti, dentice e pagro, vive e caccia prevalentemente vicinissimo al fondo, ma non sono affatto rari gli attacchi a mezz’acqua, dove risale senza problemi per aggredire banchi di sugherelli e lanzardi. Da buon lunatico spesso concentra la sua attività predatoria in brevi lassi di tempo durante l’arco della giornata. Questo porta a insistere con tenacia nell’area in cui si presuppone la sua presenza, per aspettare l’attacco sull’esca.

Prede inaspettate - Trainando cefalopodi a alte profondità si possono insidiare le prede più disparate. Nella fascia d’acqua compresa tra i 50 ed i 100 metri sono solite stazionare sia le grandi ricciole, che quelle di branco. Sul fondo si possono incontrare predatori nobili come dentici, cernie e pagri, oppure grufolatori di tutto rispetto, tra cui tanute, grandi pagelli e scorfani rossi. Nelle aree del Sud Italia, con questa tecnica si possono insidiare cernie bianche e dorate. In rari casi sono stati catturati grandi occhioni, gallinelle e persino musdee. 

Anche i dentici da copertina si “affondano”, soprattutto d’inverno alla ricerca di acque con temperatura costante.

Livree e inneschi - Al contrario di tutte le altre esche, il calamaro e la seppia possono essere micidiali anche da morti. Le condizioni ottimali per la loro efficacia sono il mantenimento inalterato della pigmentazione, o comunque una pelle non rovinata. Difficilmente è possibile reperire calamari in queste condizioni in pescheria, se non pagandoli cifre iperboliche, è quindi necessario mettersi d’accordo con pescatori professionisti o pescarseli da soli. Per mantenere inalterata la livrea del calamaro e della seppia è necessario “baiarli” appena pescati; ovvero depositarli in una vasca e cospargerli di ghiaccio tritato con poca acqua di mare. Questi cefalopodi perdono completamente i propri colori, non appena vengono messi in frigo se avvolti nella carta, quindi se si decide di utilizzarli il giorno dopo, è necessario baiarli e conservarli in frigo con il ghiaccio e l’acqua di mare. Calamaro e seppia morti, ma freschi, sono di poco inferiori al vivo, a patto che siano innescati a regola d’arte. Per far sì che navighi quanto più naturalmente possibile, è necessario stabilizzarlo, ovvero fare in modo che navighi diritto senza ruotare o ondeggiare. Il sistema più semplice è quello di inserire un piombo a oliva di 10-15 grammi tra il primo e il secondo amo, con all’interno un filo di rame. L’estremità anteriore del filo di rame, va fissata sulla curva dell’amo trainante, mentre l’altra estremità del rame deve passare attraverso il calamaro per essere agganciato in prossimità dell’ardiglione dello stesso amo. In questo modo il piombo stabilizza l’esca facendola navigare perfettamente in modo lineare. Il calamaro morto si traina a circa 0,7-1,2 nodi. Prima di calarlo a fondo bisogna controllarne la stabilità a velocità di traina, correggendo, nel caso, l’assetto del piombo.