Dario Deli

A parte i grandi campioni dell’agonismo di alto livello, non sono molti i pescatori che hanno sparato in più mari del mondo. Dario ha avuto questa fortuna e in questa intervista ci racconta anche delle sue esperienze, tra Mare d’Irlanda, Baltico e oceani Atlantico e Pacifico.

foto in alto: Dario Deli e Francesco Conti con una bella cernia catturata alle Formiche di Grosseto.

Dario non è un agonista, tantomeno un figlio d’arte e per di più in famiglia nessuno andava pazzo per il pesce. Ormai adulto e cacciatore di cuori, si ritrova in Puglia con una giovanotta locale e per caso un fucile subacqueo che un amico gli aveva infilato nella valigia. Nelle acque salentine inizia l’esperienza venatoria con la regia dell’acquisito suocero il quale, solo lui, nella ristretta cerchia, poteva almeno identificare le specie catturate dall’esuberante capitolino. Così, tra perchie, mormore e muggini si consuma un’estate indimenticabile. Ma c’è il rientro: 600 e passa chilometri sulla via Francigena del sud. Oltre sei ore incollato al sedile dell’auto e un solo pensiero: come riprendere ad andare sott’acqua!

Quindi? Cosa è successo? Tornato a Roma mi organizzai con un amico di scuola, uno di quelli senza problemi, col quale condivisi immediatamente l’idea di pescare all’Argentario. Ma eravamo troppo impreparati e dopo qualche problemino alle orecchie che ha ridimensionato le iniziali aspirazioni, decisi di fare un corso di apnea. Così, era il 1999, all’Emporio del pescatore seguii, per alcune settimane, le illuminanti lezioni di Maurizio Massani. Di fatto, oltre ad apprendere le indispensabili nozioni base dell’apnea, conobbi un po’ di gente, soprattutto appassionati pescatori. Insomma entrai nel giro, feci amicizia con Marco Piattella, attualmente mio barcaiolo, ripresi a frequentare l’Argentario e conseguii il diploma di apnea di terzo livello.

Un mega cappone pescato su una pietra a -40 metri.

Risultati? Beh, diciamo che ho proseguito con costanza, migliorando sì, ma quello che ha determinato una vera svolta nel mio percorso, è stato il trasferimento in Inghilterra, nel Galles. Lì ho scoperto un altro mondo con acqua torbida e molta corrente. Presi casa a Manchester e un gommone col carrello. Mi dedicai alla pesca della spigola e del merluzzo, all’aspetto, a scorrere in corrente, in acqua relativamente bassa, al massimo 12 metri. Uscivo tutti i week end con la mia fidanzata, promossa barcaiola, spaziando da nord a sud, sempre nella costa occidentale, soprattutto a sud perché le spigole erano più grosse. Poi ho maturato esperienze oltre oceano, in Florida e in California.

Racconta! Che dire, in California sono stato molto bene. Ero simpatico a tutti e per due settimane sono stato a pesca con più persone. Il loro obiettivo era farmi pescare il white sea bass (Atractoscion nobils), uno scenide, una sorta di boccadoro segnalato dal Messico all’Alaska. Un pesce importante che per certi versi ricorda anche il serra ma che supera i 40 chili.

L’hai preso? Sì, alla fine ci sono riuscito. La pesca non è semplice perché si nuota in mezzo a queste alghe alte 30 metri che si proiettano verso la superficie. Inoltre adottano tutti lo “slip tip”, per cui non usano il mulinello ma una cima galleggiante del diametro di 1-2 centimetri, che non s’impiglia nelle alghe o comunque si sbroglia con facilità. Il mio slip tip era di manifattura italiana e purtroppo si è rivelato inefficace, così persi il mio primo white sea bass. Purtroppo, come se non bastasse ne persi un altro, questa volta per mia negligen- za. Infine, l’ultima giornata utile per la pesca di quel nuvoloso ottobre del 2010, su una batimetrica di 30 metri, scorsi un banchetto di 6-7 esemplari tutti “maggiorenni”, che si muovevano in mezzo alle alghe dove cacciano, ma anche dormono. Mi affondai sui 15 metri e tentai qualche agguato facendomi strada in quella foresta nastriforme.  In un secondo tuffo lo raggiunsi e lo liberai tagliando le alghe a mo’ di agricoltore. Era un bel pesce di 25 chili.

Il white sea bass di 25 chili catturato nell’oceano Pacifico della California meridionale.

Altre esperienze esotiche? In Florida per gli squali. Un giorno era pieno di squali toro da 100 chili. Uno mi puntò ma il mio amico fu veloce e mi portò via, perché quel giorno i pesciolini erano molto territoriali. Poi, in Andalusia. Fu un’altra esperienza impegnativa per la corrente e la profondità, ma con prede come il pagro e il boccadoro. Poi la Finlandia e il freddo, la temperatura dell’acqua non saliva sopra i 5 gradi.

Dario con un luccio finlandese.

Quando sei rientrato in Italia? Nel 2015 lasciai Elisabetta II e mi ristabilii nella capitale. Ripresi i contatti con Piatella che nel frattempo smise di pescare ma fu felice di vestire i panni del barcaiolo, col mio nuovo Mar Sea SP 100 motorizzato col 115 Suzuki. Ripresi da zero ma sempre all’Argentario. Col nuovo Lowrance 12’’, poiché privo di punti Gps, mi dedicai alla disperata ricerca di nuovi spot e a familiarizzare con il nuovo ambiente e le quote operative sempre più importanti.

E i pesci? In breve mi appassionai al dentice, un pesce abbastanza presente e alla spigola perché mi ricordava l’Inghilterra. Da poco tempo mi dedico anche alla cernia, sulle risalite profonde e su posti meno battuti, sempre all’Argentario, Giglio e le Formiche.

Dario, con un sostanzioso cavetto di spigole catturate in acqua bassa nel Galles.

Un dentice in particolare? A ottobre 2019, lasciato il porto mi diressi verso la Secca di mezzo canale, all’Argentario. Contemporaneamente un altro gommone aveva la stessa prua così cambiai idea e puntai al Giglio, anche perché si mise un forte vento da meridione e l’acqua lì, si sarebbe subito sporcata. Quindi mi tuffai in una risalita da 45 a 35 metri dove di solito bazzicavano belle cernie. Quel giorno invece m’imbattei in una nuvola di dentici il cui capobranco era anche il più grosso. Come mi sfilò davanti lo infilzai subito dietro le branchie: fulminato. Pesò 8 chili.

Dario con un dentice dei tanti catturati all'Argentario.

Il pesce più grosso? Il famoso white sea bass di 25 chili.

Un episodio singolare? Nel Mare di Scozia, dove le foche erano abbastanza frequenti e capitava di averle intorno, un’esemplare enorme mi sorprese e me lo ritrovai vicinissimo, a soli 3 metri. Scappai dalla paura.

A proposito di paura, incidenti? Per fortuna mai, ma d’estate è un caos, troppe barche in movimento. Ormai pesco solo a segnale sulla verticale del gommone e di un salutare motore di prua.

Una figura a cui ti sei ispirato? Nessuna. Se devo fare un nome: Riccardo Golini, è giovanissimo, sincero, umile e bravissimo pescatore di alto livello.

Dario in compagnia di Riccardo Golini con due brune vicine di casa, prese a pochi minuti l’una dall’altra.

Risvolti professionali? Attualmente sono team manager degli atleti Polo Sub di Giuliano Tagliacozzo e sempre team manager per la Meandros.

Un pensiero su RecFishing e parchi marini? Bah, la vedo come una complicazione, poi vedremo in pratica, ma senza risvolti positivi per noi… I parchi sono una bella invenzione ma la gestione non corrisponde al principio per cui sono stati istituiti e comunque impegnano aree troppo estese.